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La NASA ha firmato 9 nuovi contratti commerciali per l’esplorazione lunare

Immagine realizzata con l'IA. Credits: Astrospace.it
Immagine realizzata con l'IA. Credits: Astrospace.it

di Stefano Piccin

Gennaio 24, 2025

La NASA ha annunciato il 23 gennaio l’assegnazione di nuovi contratti per gestire la logistica lunare, per un valore complessivo di 24 milioni di dollari. Con questi nuovi contratti la NASA coinvolge nove diverse aziende, che andranno a sviluppare progetti preliminari su diverse applicazioni per la Luna. Questi contratti fanno parte dell’iniziativa Next Space Technologies for Exploration Partnerships (NextSTEP) Appendix R e si integrano nel Programma Artemis. Nonostante il cambio di Presidenza, per ora sembra che il programma di esplorazione lunare continui “come se nulla fosse”.

Gli obiettivi principali di questi progetti sono lo sviluppo di soluzioni innovative per supportare l’esplorazione e soprattutto la permanenza sulla superficie lunare. Tra queste, ci sono sistemi logistici avanzati, mobilità autonoma e robotica per il trasporto e la gestione dei carichi. Le aziende coinvolte e i loro contributi:

Blue Origin (Florida): Sviluppo di sistemi per il trasporto logistico, gestione e scarico dei carichi, trasferimento e tracciamento delle risorse, oltre a strategie integrate.

Intuitive Machines (Texas): Sistemi per la gestione logistica e la mobilità dei carichi in superficie.

Leidos (Virginia): Soluzioni per trasporto logistico, gestione dei rifiuti, tracciamento delle risorse e strategie integrate.

Lockheed Martin (Colorado): Trasporto logistico e mobilità dei carichi.

MDA Space (Texas): Sistemi per la mobilità dei carichi in superficie.

Moonprint (Delaware): Progettazione di vettori logistici.

Pratt Miller Defense (Michigan): Mobilità avanzata per i carichi in superficie.

Sierra Space (Colorado): Sistemi logistici avanzati e gestione dei rifiuti.

Special Aerospace Services (Alabama): Un’ampia gamma di soluzioni, tra cui trasporto logistico, gestione dei carichi e strategie integrate.

Le prospettive lunari del 2025

Secondo Nujoud Merancy, vice amministratore associato per la strategia e l’architettura della NASA, questi contratti non solo promuovono l’innovazione, ma rafforzano anche l’economia emergente dello spazio profondo. Allo stesso tempo, attualmente la NASA è in una fase di transizione importante, formalmente senza un amministratore, in attesa della conferma da parte del Senato di Jared Isaacman, nominato dal Presidente Trump il primo giorno.

Sembra che la nuova strategia della NASA sarà particolarmente incentrata nel supporto alle aziende private, favorendo una crescita dello spazio commerciale sempre più ampio. Allo stesso tempo le affermazioni del Presidente e il ruolo di Musk potrebbero ridimensionare presto il ruolo dell’esplorazione lunare, favorendo Marte. Gli attuali indizi sembra che vadano nella direzione di una esplorazione lunare che rimarrà centrale nel breve termine, seppure ridimensionata, e che serva ancora di più come punto di riferimento per Marte.

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Immagine realizzata con l'IA. Credits: Astrospace.it
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La NASA sta inviando tecnologie rivoluzionarie sulla Luna a bordo della seconda consegna lunare di "Macchine Intelligenti" come parte dell'iniziativa CLPS (Commercial Lunar Payload Services) dell'agenzia e della campagna Artemis per stabilire una presenza umana a lungo termine sulla superficie lunare. Nell'ambito di questo volo CLPS verso la Luna, lo Space Technology Mission Directorate della NASA testerà nuove tecnologie per saperne di più su ciò che si trova sotto la superficie lunare, esplorare il suo terreno e migliorare la comunicazione nello spazio. La NASA sta collaborando con diverse aziende americane per portare scienza e tecnologia sulla superficie lunare attraverso l'iniziativa Commercial “Lunar Payload Services” (CLPS). Queste aziende, di varie dimensioni, competono per consegnare carichi utili per la NASA, che includono tutto, dall'integrazione e implementazione dei moduli lunari, al lancio dalla Terra e all'atterraggio sulla superficie lunare. Nell'ambito del programma Artemis, le consegne commerciali che inizieranno nel 2023 eseguiranno esperimenti scientifici, testeranno tecnologie e dimostreranno capacità per aiutare la NASA a esplorare la Luna mentre si prepara per le missioni umane. I contratti CLPS sono contratti a quantità indefinita con un valore massimo cumulativo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2081.

Pompa per estrarre l'acqua dal sottosuolo lunare
Pompa per estrarre l'acqua dal sottosuolo lunare

Verso il primo insediamento umano sulla Luna

La Luna come frontiera del futuro: tra sogni cosmici e infrastrutture da costruire Joseph Silk, astrofisico di fama mondiale e veterano della cosmologia, lancia una visione mozzafiato: tra qualche decennio potremmo installare sulla Luna un telescopio capace di fotografare pianeti lontani come quelli del sistema TRAPPIST-1 con la stessa nitidezza con cui oggi osserviamo Marte. Foreste, montagne, oceani, persino luci di città aliene—tutto potrebbe diventare visibile. Ma la vera magia, dice Silk, non è nel telescopio. È nella Luna stessa.

Perché proprio la Luna?

• La faccia nascosta è priva di interferenze radio.

• L’assenza di atmosfera garantisce una risoluzione ottica eccezionale.

• È il luogo ideale per costruire un “ipertelescopio”: una rete di 30 strumenti interconnessi che simulano uno specchio di 19 km di diametro.

Cosa serve per realizzarlo?

• Razzi per trasportare i componenti.

• Piattaforme di allunaggio e robot per l’assemblaggio.

• Energia costante, anche durante la notte lunare (14 giorni).

• Una rete dati ad alta capacità per inviare immagini sulla Terra.

• Manutenzione, forse con astronauti residenti.

La costruzione dell'ipertelescopio non sarà l'unico motivo per la nuova corsa alla Luna ma parte di un più ampio slancio globale. La NASA intende riportare astronauti sul satellite con il programma Artemis ma non sono i soli che vogliono conquistare la Luna.

Questi sono alcuni paesi con ambizioni lunari:

• La NASA con Artemis II (2026) e un nuovo allunaggio (2027).

• La Cina punta al 2030 per portare i suoi astronauti.

• L’India prepara una missione di ritorno con campioni lunari.

• Start-up e aziende tech progettano habitat, miniere robotiche, reti elettriche e comunicazioni satellitari.

Due futuri possibili

1. Scenario ottimista: entro fine secolo, una vera economia lunare con lavoro, profitti e tecnologie avanzate.

2. Scenario distopico: un avamposto abbandonato, pieno di rottami spaziali e sogni infranti.

Oggi, però, siamo nel pieno di una nuova era spaziale, vibrante come quella delle missioni Apollo. La Luna è tornata ad essere la frontiera. E stavolta, potremmo restarci.

"Prof. Silk" più noto è Joseph Ivor Silk, un astrofisico britannico statunitense, professore emerito all'Università di Oxford e alla Johns Hopkins University. È famoso per il suo lavoro pionieristico sulla cosmologia, la formazione delle galassie e l'universo primordiale, per cui ha ricevuto il Premio Balzan nel 2011.

  • Campo di studi: Cosmologia e astrofisica, con contributi significativi sulla formazione delle galassie, la materia oscura e l'universo primordiale.

  • Carriera accademica: È stato Savilian Chair of Astronomy all'Università di Oxford e ora è professore emerito. È anche un professore di fisica e astronomia alla Johns Hopkins University.

  • Premi e riconoscimenti: Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio Balzan nel 2011 per i suoi studi sull'universo primordiale.

Nel futuro della Luna, il protagonista inatteso è la regolite: una polvere grigia e abrasiva che ricopre ogni angolo del suolo lunare. Dannosa per le attrezzature e pericolosa per l’uomo, questa sostanza si rivela però fondamentale per costruire un’economia lunare sostenibile. Con i costi proibitivi del trasporto terrestre—fino a un milione di dollari per un litro d’acqua—l’unica via percorribile è sfruttare ciò che già si trova sul satellite.
La regolite contiene elementi preziosi come alluminio, ferro, titanio, silicio e ossigeno. Fusa a 1.660 °C, può essere trasformata in materiali da costruzione: mattoni, blocchi, piattaforme di allunaggio. Ed è proprio su questa intuizione che punta Astroport Space Technologies, una start-up texana guidata da Sam Ximenes, veterano dell’aerospazio. L’azienda sta testando Lunatron, un robot progettato per livellare il terreno lunare e pavimentarlo con regolite fusa. A Midland, in Texas, Astroport ha già allestito un’area di prova di sei ettari ricoperta di regolite simulata. L’obiettivo è chiaro: costruire infrastrutture lunari—piattaforme, strade, depositi—e offrire questi servizi a pagamento. Secondo Ximenes, “la regolite fusa può diventare un business”. E in effetti, questa nuova corsa alla Luna non si limita all’esplorazione scientifica. Punta a creare un ecosistema economico autosufficiente, dove ogni attore dipende dagli altri: chi costruisce razzi ha bisogno di chi realizza le piattaforme, che a sua volta dipende dai produttori di rover, dai fornitori di energia, dai gestori delle comunicazioni. In questo scenario, la Luna non è più solo una meta da raggiungere, ma un luogo da abitare e far crescere. E tutto potrebbe iniziare da un granello di polvere.

Ossigeno dalla regolite lunare
Una nuova tecnica permetterebbe di estrarre il prezioso gas dal suolo del nostro satellite

Impronta sulla regolite lunare

Sulla Terra, l’economia lunare non è più fantascienza: si sta costruendo pezzo dopo pezzo. Astroport di Ximenes e Astrolab stanno collaborando per sviluppare il FLEX rover, un veicolo compatto capace di trasportare fino a 900 kg sulla superficie lunare. Il suo compito? Portare in giro il pavimentatore Lunatron, una sorta di “asfaltatrice spaziale” per infrastrutture lunari.
Ma il vero cuore pulsante di questa nuova economia è la regolite, la polvere lunare. Blue Origin, l’azienda di Jeff Bezos, ha creato una divisione dedicata a trasformarla in elettricità e materiali utili direttamente sulla Luna. Il progetto si chiama Blue Alchemist e promette di produrre energia illimitata sfruttando solo il suolo lunare, il Sole e robot intelligenti.
Il processo è affascinante: si parte da un simulante di regolite, studiato per replicare fedelmente i campioni delle missioni Apollo. Questo viene fuso con energia solare fino a diventare un liquido brillante, da cui si estraggono silicio, ferro e alluminio. Questi elementi vengono poi trasformati in celle solari funzionanti, come quella mostrata da Blue Origin, grande quanto un palmo e marchiata con la celebre piuma del logo.
E non è tutto: fondere la regolite produce anche ossigeno, che può servire sia per respirare sia come componente del carburante per razzi. Un doppio vantaggio che rende il processo non solo sostenibile, ma anche strategico per le future missioni.
Il sogno? Costruire pannelli solari direttamente sulla Luna, alimentare robot e habitat, e magari trasmettere energia alla Terra sotto forma di microonde. I pannelli in orbita, liberi da nuvole e notti, sarebbero sette volte più efficienti di quelli terrestri. Con le giuste infrastrutture, si potrebbero lanciare “mattoni” di regolite in orbita, trasformarli in impianti fotovoltaici spaziali e rivoluzionare il modo in cui produciamo energia.
Tutto questo potrebbe essere gestito da una piccola squadra umana in orbita, mentre sulla Luna si lavora come in un cantiere remoto ma redditizio. Se l’immaginazione, la perseveranza e gli investimenti continueranno, entro il 2100 la Luna potrebbe diventare per l’energia ciò che il Golfo del Messico è stato per il petrolio: un hub affollato, strategico e incredibilmente lucrativo.

La superficie lunare si presenta come un paesaggio austero e spettacolare, privo di atmosfera e modellato da millenni di impatti, con una visibilità straordinaria e una Terra che domina il cielo nero, quattro volte più grande di quanto appaia la Luna vista dal nostro pianeta. Tuttavia, ciò che manca completamente è l’acqua, elemento essenziale per la vita e per qualsiasi prospettiva di sviluppo economico sostenibile sul satellite.
Nel 2008, la sonda indiana Chandrayaan-1, con strumenti NASA a bordo, ha rilevato per la prima volta tracce di acqua lunare, scatenando un’ondata di entusiasmo. I dati iniziali suggerivano la possibile presenza di ghiaccio nei crateri polari, alimentando visioni di basi lunari autosufficienti e di carburante per razzi prodotto in loco. Tuttavia, studi successivi e analisi più approfondite hanno ridimensionato queste aspettative.
Secondo Kevin Cannon, planetologo e consulente della start-up spaziale Ethos, le speranze di trovare ammassi di ghiaccio simili a iceberg sono infondate. Le evidenze scientifiche indicano che l’acqua lunare, se presente, è sotto forma di brina, minuscoli granelli di ghiaccio mescolati alla regolite, con una concentrazione massima stimata intorno al 5% in peso. Per ottenere quantità significative di acqua, sarebbero necessarie operazioni di estrazione e lavorazione su scala industriale, in ambienti estremamente ostili: crateri in ombra perenne, con temperature di -253 °C, pareti ripide e assenza di comunicazioni radio necessarie per futuri robot in grado di operare a temperature così basse.
La difficoltà tecnica e logistica di accedere a queste risorse rende incerta la prospettiva di una “economia lunare” basata sull’acqua. Eppure, la sua importanza resta cruciale: l’acqua non solo è vitale per la sopravvivenza umana, ma può essere scissa in idrogeno e ossigeno per la produzione di energia e propellente.
Le missioni spaziali, sia con equipaggio che robotiche, convergono verso il polo sud lunare, con l’obiettivo di verificare la reale disponibilità di acqua. Tra queste, Artemis III rappresenta il primo tentativo della NASA, dal 1972, di riportare esseri umani sulla Luna. Il successo o il fallimento di queste esplorazioni definirà il futuro del nostro satellite naturale: se sarà un avamposto strategico per l’espansione spaziale o resterà un sogno ancora lontano.

Con la dizione acqua sulla Luna ci si riferisce all'acqua presente sulla Luna. L'acqua è totalmente assente allo stato liquido, mentre il vapore acqueo viene decomposto dalla luce solare nei suoi due componenti e il più leggero idrogeno viene rapidamente perso nello spazio. Il polo sud lunare: un ambiente estremo e dinamico.

La regione del polo sud della Luna ospita alcuni degli ambienti più estremi del Sistema solare, caratterizzati da temperature bassissime (fino a –233 °C) e da crateri perennemente in ombra, come il cratere Shackleton. Questa condizione è dovuta all’angolo molto basso con cui la luce solare colpisce la superficie lunare ai poli: solo i bordi dei crateri ricevono luce, mentre l’interno resta sempre buio.
Queste zone fredde sono ideali per la conservazione dell’acqua sotto forma di ghiaccio, come suggerito dai dati del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) e dalla scoperta di alte concentrazioni di idrogeno da parte della missione Lunar Prospector nel 1998. Tuttavia, uno studio recente del Goddard Space Flight Center della NASA, pubblicato su Geophysical Research Letters, ha rivelato che il ghiaccio superficiale non è stabile: le molecole d’acqua stanno lentamente sfuggendo.

La Luna e la sfida dell’acqua: tra sogni e realtà scientifica

La regolite: la polvere lunare che potrebbe costruire un’economia spaziale

La Luna come nuova frontiera industriale: l’economia della regolite è già in cantiere

Due comete nei cieli della Toscana:
C/2025 A6 Lemmon e C/2025 R2 SWANS

C/2025 A6 Lemmon si distingue per la sua crescente luminosità e sarà protagonista assoluta del cielo serale, raggiungendo il suo massimo splendore intorno al 21 ottobre, con una magnitudine stimata di +3.7. Attualmente visibile nella costellazione dell’Orsa Maggiore, si sposterà verso Boote e Ofiuco, offrendo condizioni favorevoli per l’osservazione anche da Livorno e dintorni.
C/2025 R2 SWAN, pur meno brillante, sarà comunque osservabile con strumenti amatoriali come binocoli e piccoli telescopi. Il suo perigeo è previsto per il 20 ottobre, e sarà visibile tra Ovest e Sud-Ovest, sotto le costellazioni del Serpente e dell’Ofiuco, fino alle ore 20:40.

Il cielo d’autunno regala uno spettacolo raro: due comete attraversano la volta celeste sopra la Toscana, offrendo agli appassionati un’occasione unica di osservazione e meraviglia.
Da martedì 7 ottobre 2025, gli occhi degli astrofili e dei semplici curiosi sono puntati verso l’alto: le comete C/2025 A6 (Lemmon) e C/2025 R2 (SWAN) hanno raggiunto una magnitudine apparente di +6.0, soglia che consente la visibilità teorica a occhio nudo in condizioni di cielo buio e limpido. Scoperta all’inizio dell’anno, C/2025 A6 Lemmon ha sorpreso gli astronomi con un improvviso aumento di luminosità durante l’estate. Attualmente visibile nella costellazione dell’Orsa Maggiore, si sposterà progressivamente verso le costellazioni del Boote, del Serpente e dell’Ofiuco. Il suo perigeo è previsto per il 21 ottobre, quando raggiungerà una magnitudine di +3.7, diventando uno degli oggetti più brillanti del cielo serale.
In Toscana, l’osservazione è consigliata dopo le 19:00, in direzione Ovest-Nordovest, preferibilmente in zone lontane dall’inquinamento luminoso. La cometa sarà visibile anche all’alba, verso Nord-Est, ma la Luna Piena potrebbe disturbare temporaneamente la visibilità.
SWAN: discreta ma affascinante.
Meno brillante ma comunque degna di attenzione, C/2025 R2 SWAN ha raggiunto anch’essa la magnitudine +6.0. Tuttavia, la sua luminosità è destinata a rimanere stabile, rendendo più difficile l’osservazione a occhio nudo. Il perigeo è atteso per il 20 ottobre, dopodiché inizierà ad allontanarsi dalla Terra.
Nei cieli toscani, SWAN è visibile tra Ovest e Sud-Ovest, sotto le costellazioni dell’Ofiuco e del Serpente, fino alle 20:40. Un binocolo o un piccolo telescopio sono fortemente consigliati per apprezzarne la struttura e la coda.
Come osservare le comete.
Per chi desidera cimentarsi nell’osservazione, software come Stellarium o simili permettono di localizzare in tempo reale la posizione delle comete in base alla propria città. Gli appassionati di astrofotografia possono tentare scatti a lunga esposizione con obiettivi grandangolari, immortalando le comete sopra paesaggi toscani o monumenti storici.
Un’occasione da non perdere.
Il passaggio simultaneo di due comete visibili a occhio nudo è un evento raro. La Lemmon, in particolare, potrebbe non tornare mai più nel Sistema Solare, rendendo questa occasione irripetibile.

C/2025 R2 SWAN

C/2025 A6 Lemmon

C/2025 Lemmon: la cometa che illuminerà le notti d’autunno
Sta guadagnando luminosità giorno dopo giorno e promette di trasformarsi nello spettacolo celeste più atteso dell’autunno: la cometa C/2025 A6 Lemmon, già visibile nei cieli del mattino con strumenti ottici, potrebbe diventare osservabile a occhio nudo entro la fine di ottobre, regalando un evento astronomico di rara bellezza. Scoperta nei primi mesi del 2025 dal programma statunitense Mount Lemmon Survey, C/2025 Lemmon è classificata come cometa non periodica, ovvero un corpo celeste proveniente dalle regioni più remote della nube di Oort, che attraversa il Sistema Solare una sola volta prima di essere espulso definitivamente. Questo rende il suo passaggio vicino alla Terra un evento unico: non tornerà mai più.
La cometa è attualmente visibile solo con telescopi o binocoli di buona qualità, ma secondo gli esperti — tra cui l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile scientifico del Virtual Telescope Project, che l’ha recentemente fotografata — la sua magnitudine apparente sta aumentando rapidamente. Se il trend luminoso dovesse proseguire, C/2025 A6 Lemmon potrebbe superare la soglia di visibilità a occhio nudo (tra +3 / +4) entro la fine del mese. La cometa sta percorrendo un’orbita iperbolica inclinata rispetto al piano dell’eclittica, e si avvicinerà al perielio — il punto più vicino al Sole — tra fine ottobre e inizio novembre. Durante questo periodo, l’intensa radiazione solare potrebbe causare una sublimazione accelerata dei ghiacci superficiali, generando una coda più estesa e aumentando la luminosità complessiva. Tuttavia, come sottolinea Masi, il comportamento delle comete è intrinsecamente imprevedibile: variazioni nella composizione, nella struttura del nucleo o nell’attività possono modificare drasticamente le stime.
Quando e come osservarla
Secondo le proiezioni dell’Unione Astrofili Italiani, il periodo ottimale per l’osservazione sarà tra il 25 ottobre e il 5 novembre, nelle ore serali, quando la cometa sarà ben posizionata sopra l’orizzonte occidentale. Per una visione efficace si raccomanda:
  • cieli bui, lontani da fonti di inquinamento luminoso;

  • atmosfera limpida e stabile;

  • uso di binocoli o telescopi per cogliere dettagli della chioma e della coda.

Le comete: messaggeri ghiacciati dalle periferie del Sistema Solare

Le comete sono corpi celesti composti prevalentemente da ghiaccio, polveri e materiali rocciosi, che orbitano attorno al Sole lungo traiettorie fortemente ellittiche. Quando si avvicinano al Sole — tipicamente entro una distanza di circa 3 Unità Astronomiche (UA), dove 1 UA equivale a circa 150 milioni di chilometri, ovvero la distanza media Terra-Sole — subiscono un’intensa attività di sublimazione: i ghiacci superficiali passano direttamente allo stato gassoso, generando una nube di gas e polveri detta chioma, e una o più code che si estendono nello spazio.

Struttura e composizione

Il nucleo di una cometa è generalmente piccolo — con diametri che variano da pochi chilometri fino a qualche decina — e composto da una miscela di ghiaccio d’acqua, anidride carbonica, metano, ammoniaca e materiale roccioso e polveroso. Questa struttura ha portato l’astronomo Fred Whipple, nel 1950, a proporre il celebre modello della “palla di neve sporca”, oggi ampiamente confermato dalle missioni spaziali come Giotto, Rosetta, ma soprattutto con il lander Philae che è riuscito a confermare questa ipotesi per la cometa 67P prima che le sue batterie si esaurissero. Nonostante l’aspetto spettacolare, le comete contengono una quantità di materia estremamente ridotta: la massa di una cometa è circa un miliardesimo di quella terrestre. Durante un passaggio vicino al Sole, si stima che venga persa solo 1/500 della massa del nucleo, attraverso emissioni di gas e polveri.

Chioma e code: dinamiche e morfologie

La chioma può raggiungere dimensioni enormi, talvolta paragonabili a quelle del Sole. Le osservazioni nell’ultravioletto hanno rivelato che molte comete sono circondate da estese nubi di idrogeno, originate dalla fotodissociazione delle molecole d’acqua sotto l’effetto della radiazione solare.
Le code cometarie si formano per effetto dell’interazione tra il materiale espulso e il vento solare:

  • La coda di ioni (o di tipo I) è composta da gas ionizzati che vengono spinti via dal campo magnetico del vento solare. È generalmente sottile, rettilinea e orientata in direzione opposta al Sole.

  • La coda di polveri (o di tipo II) è formata da particelle solide che vengono respinte dalla pressione di radiazione solare. Ha forma più ampia e curva, e può raggiungere lunghezze di centinaia di milioni di chilometri.

In rari casi, si osservano anticode, ovvero strutture che sembrano puntare verso il Sole: si tratta di effetti prospettici dovuti alla geometria dell’osservazione dalla Terra.

Sciami meteorici e origine delle comete

Durante il loro percorso orbitale, le comete rilasciano polveri che restano in sospensione lungo l’orbita. Quando la Terra attraversa queste regioni, si verificano gli sciami meteorici, come le Perseidi o le Leonidi.
Ogni anno vengono scoperte decine di nuove comete, spesso grazie all’attività di astrofili e osservatori automatizzati. Le comete si dividono in:

  • Comete a breve periodo: con orbite inferiori a 200 anni, spesso influenzate gravitazionalmente da Giove. Percorrono traiettorie vicine al piano dell’eclittica.

  • Comete a lungo periodo: con orbite che superano le migliaia di anni, provenienti da regioni molto lontane del Sistema Solare.

La maggior parte delle comete ha origine nella Nube di Oort, un ipotetico serbatoio sferico di nuclei cometari situato a circa 50.000 UA dal Sole. Le comete a breve periodo, invece, sono associate alla fascia di Kuiper, una regione più vicina e pianeggiante oltre l’orbita di Nettuno.

Le comete nella storia: tra presagi celesti e paure terrene!

Fin dall’antichità, le comete hanno esercitato un fascino inquieto sull’immaginario collettivo. Apparizioni improvvise, luminose e misteriose, venivano interpretate come segni divini, messaggeri di eventi di grande portata. In epoche in cui il cielo era considerato sede degli dèi e specchio del destino umano, ogni anomalia celeste era letta come un avvertimento: guerre imminenti, carestie, epidemie, cadute di imperi. Gli antichi cinesi, tra i più attenti osservatori del cielo, chiamavano le comete “stelle con coda”, “stelle scopa” o “stelle scintillanti”. Già nel libro del Principe Huai Nan, risalente al 1057 a.C., si registra l’apparizione di una cometa in concomitanza con la marcia del sovrano Wu contro Zhou di Yin. Il Manoscritto di Seta, rinvenuto a Mawangdui e datato al IV secolo a.C., rappresenta un vero e proprio catalogo cometario, con 29 tipi di comete classificati secondo la forma della loro coda. Anche i Caldei, popolo mesopotamico esperto in astronomia, avevano intuito la natura celeste delle comete. Diodoro Siculo riferisce che essi interpretavano comete, eclissi e mutamenti atmosferici come segni favorevoli o nefasti, a seconda del contesto. I filosofi greci si divisero: Anassagora e Democrito le consideravano frutto dell’accostamento di due pianeti, mentre i Pitagorici le ritenevano pianeti veri e propri, visibili solo in rare occasioni. Aristotele, invece, le relegava al mondo sublunare, descrivendole nel suo trattato di meteorologia, seguendo le idee di Senofane di Colofone. Nel mondo romano, le comete continuarono a essere viste come presagi. Plinio il Vecchio attribuì a quella del 43 a.C. la causa della guerra civile tra Cesare e Pompeo. Ovidio, con poetica intensità, la interpretò come l’anima di Giulio Cesare che ascendeva al cielo. Flavio Giuseppe, nella Guerra Giudaica, racconta di una cometa a forma di spada che stazionò su Gerusalemme durante l’assedio romano, presagio della sua caduta nel 70 d.C. Seneca, filosofo e precettore di Nerone, fu tra i pochi a intuire che le comete seguivano leggi naturali e non erano semplici prodigi atmosferici. Nel suo Naturales Quaestiones, anticipò concetti che sarebbero stati ripresi solo secoli dopo, con l’avvento dell’astronomia moderna. Ma la paura delle comete non si esaurì con l’antichità. Ancora nel XVII secolo, durante la peste che devastò Milano e che Alessandro Manzoni descrive ne I Promessi Sposi, le comete furono viste come causa o annuncio del morbo. Il popolo, già stremato dalla fame e dalla guerra, trovava nel cielo un riflesso delle proprie angosce. Manzoni, con fine ironia e profonda umanità, racconta come la superstizione si mescolasse alla disperazione: si credeva che la cometa apparsa nel 1630 fosse un segno divino, un ammonimento per i peccati degli uomini. Alcuni pensavano addirittura che diffondesse il contagio con la sua coda infuocata. Questa visione apocalittica, radicata nel pensiero magico e nella mancanza di conoscenze scientifiche, contribuì a generare panico e sospetti. Gli untori, i “seminatori di peste”, vennero accusati di aver approfittato dell’influsso celeste per spargere il male. La cometa, dunque, non era solo un fenomeno astronomico, ma un attore nel dramma umano, un simbolo potente che univa cielo e terra nella tragedia. Solo con l’opera di astronomi come Tycho Brahe, Galileo Galilei e Edmond Halley, le comete vennero finalmente comprese come corpi celesti con orbite regolari, parte integrante del sistema solare. Ma il loro potere evocativo, la loro capacità di accendere timori e meraviglia, non è mai svanito. Ancora oggi, quando una cometa attraversa il cielo, ci sentiamo parte di una storia millenaria, sospesi tra scienza e mito.

Guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo

Tavoletta babilonese del 164 a.C. riportante dati astronomici sulla cometa di Halley

Manoscritto di Seta, rinvenuto a Mawangdui e datato al IV secolo a.C., rappresenta un vero e proprio catalogo cometario, con 29 tipi di comete classificati secondo la forma della loro coda.

Halley Il nucleo avvicinandosi al Sole inizia a vaporizzare il ghiaccio, liberando gas sotto forma di sfera luminosa e diffusa chiamata chioma.

Durante un flyby nel 2001 la sonda Deep Space 1 ha osservato il nucleo della cometa 19P/Borrelly e ha scoperto che è circa la metà di quello della Halley (8×4×4 km). Come la Halley anche la Borrelly ha una forma a patata e una superficie scura; anch'essa rilascia gas solo da piccole aree nelle quali le fratture della crosta espongono il ghiaccio interno al Sole.

L'immagine mostra la struttura esterna del Sistema Solare, evidenziando due regioni fondamentali:
la cintura di Kuiper (parte superiore) é la regione discoidale situata oltre l’orbita di Nettuno (circa 30–50 UA dal Sole). Contiene oggetti transnettuniani come Plutone e 1998 WW31, con orbite ellittiche e inclinate. È composta da corpi ghiacciati e rocciosi, residui della formazione planetaria.È la sorgente delle comete di corto periodo, che tornano regolarmente nel Sistema Solare interno.
Nube di Oort (parte inferiore rappresentata come una sfera gigantesca che circonda tutto il Sistema Solare. Contiene miliardi di oggetti ghiacciati, distribuiti tra 2.000 e oltre 100.000 UA dal Sole.

Rappresentazione della nube di Oort. Si estende da circa 2.000 fino a oltre 100.000 unità astronomiche (UA) dal Sole, cioè fino a 1,5 anni luce. È suddivisa in due zone: nube interna (o nube di Hills) e nube esterna, più rarefatta e meno legata gravitazionalmente al Sole

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L’ultimo passaggio ravvicinato della Cometa di Halley alla Terra è avvenuto il 2 febbraio 1986. Da allora, la cometa ha proseguito il suo percorso orbitale, allontanandosi dal Sole e iniziando il lungo viaggio di ritorno. Il prossimo incontro con il nostro pianeta è previsto tra il 6 febbraio e il 28 luglio 2061, quando Halley tornerà visibile nei cieli terrestri.

L’asteroide 2024 è un oggetto celeste di tipo Apollo, classificato come oggetto vicino alla Terra (NEO). È stato scoperto il 27 dicembre 2024 dal sistema di allerta per impatti terrestri di asteroidi (ATLAS) presso la stazione di Rìo Hurtado in Cile. Questo asteroide ha un diametro stimato tra i 40 e i 90 metri. L’orbita di 2024 YR4 lo porta a intersecare periodicamente l’orbita terrestre, rendendolo un oggetto di interesse per la difesa planetaria. Attualmente, ha una probabilità molto bassa di impattare la Terra il 22 dicembre 2032, con una probabilità inizialmente di 1 su 36.000 cioè 0,0039%. Attualmente la probabilità si aggira, secondo la Nasa a 0.28%, mentre per ESA 0,16% cioè, 6 su 36.000. Tuttavia, la sua traiettoria viene costantemente monitorata e aggiornata man mano che vengono raccolte nuove osservazioni. Nel caso improbabile di un impatto, i danni causati dall’asteroide in questione dipenderebbero in gran parte dalle sue dimensioni esatte e dalla sua composizione. Un asteroide di queste dimensioni potrebbe causare un’esplosione atmosferica, con effetti variabili a seconda del luogo di impatto. Se dovesse entrare nell’atmosfera sopra un’area popolata, potrebbe causare danni strutturali minori o maggiori, a seconda delle dimensioni esatte. L’asteroide ha fatto un avvicinamento ravvicinato alla Terra il 25 dicembre 2024, passando a una distanza di circa 828.880 Km (il doppo della distanza Terra Luna). Il prossimo avvicinamento significativo è previsto per il 17 dicembre 2028. Durante questo periodo, sarà troppo distante per essere osservato dai telescopi terrestri, mentre i telescopi spaziali come il James Webb Telescope continueranno a monitorarlo. La scoperta di 2024 YR4 ha innescato una serie di risposte di difesa planetaria, con diverse agenzie spaziali che hanno iniziato a pianificare misure di mitigazione delle minacce da asteroidi. Questo evento ha dimostrato l’importanza della collaborazione internazionale nella protezione del nostro pianeta da potenziali impatti di oggetti celesti.

Gli asteroidi sono piccoli corpi celesti rocciosi che orbitano attorno al Sole, principalmente nella fascia degli asteroidi situata tra Marte e Giove. Questi oggetti spaziali variano notevolmente in dimensioni, da pochi metri a centinaia di chilometri di diametro. Gli asteroidi sono considerati i residui della formazione del sistema solare, risalenti a circa 4,6 miliardi di anni fa. La composizione degli asteroidi può variare, ma generalmente sono costituiti da materiali rocciosi e metallici. Alcuni asteroidi contengono anche composti organici e ghiaccio. Gli asteroidi sono classificati in diverse categorie in base alla loro composizione e al loro albedo (la capacità di riflettere la luce solare). Le principali categorie sono:

  1. Asteroidi di tipo C (carbonacei): Questi asteroidi sono ricchi di carbonio e rappresentano circa il 75% degli asteroidi conosciuti. Hanno una superficie scura e sono composti principalmente da rocce e minerali primitivi.

  2. Asteroidi di tipo S (silicati): Questi asteroidi sono composti principalmente da silicati e metalli. Rappresentano circa il 17% degli asteroidi conosciuti e hanno una superficie più luminosa rispetto agli asteroidi di tipo C.

  3. Asteroidi di tipo M (metallici): Questi asteroidi sono composti principalmente da metalli, come il ferro e il nichel. Rappresentano circa l'8% degli asteroidi conosciuti e hanno una superficie molto riflettente.

Gli asteroidi possono avere orbite molto diverse, alcune delle quali li portano vicino alla Terra. Questi asteroidi sono chiamati "asteroidi near-Earth" (NEA) e sono oggetto di particolare interesse scientifico e monitoraggio, poiché potrebbero rappresentare una minaccia di impatto per il nostro pianeta.

La ricerca sugli asteroidi è importante per diverse ragioni. Innanzitutto, gli asteroidi possono fornire informazioni preziose sulla formazione e l'evoluzione del sistema solare. Inoltre, lo studio degli asteroidi può aiutare a comprendere meglio i rischi di impatto e a sviluppare strategie per mitigare tali minacce. Infine, gli asteroidi potrebbero rappresentare una fonte di risorse minerarie preziose per future missioni spaziali e per l'industria.

Immagine ripresa dal telescopio Soar Cile
Immagine ripresa dal telescopio Soar Cile
Telescopio Soar Cile.
Telescopio Soar Cile.
Asteroide osservato dal telescopio Soar Cile
Asteroide osservato dal telescopio Soar Cile

Asteroide 2024 YR4

Troiani, Eros e Apollo sono tre categorie di asteroidi con caratteristiche e orbite distinte.

  1. Asteroidi Troiani: Gli asteroidi Troiani sono piccoli corpi celesti che condividono l'orbita di un pianeta, rimanendo in una posizione stabile approssimativamente 60° davanti o dietro il pianeta principale vicino a uno dei suoi punti di Lagrange, L4 e L5. La maggior parte degli asteroidi Troiani conosciuti condivide l'orbita di Giove e sono divisi in due gruppi: il campo greco a L4 (davanti a Giove) e il campo troiano a L5 (dietro Giove). Questi asteroidi sono stati nominati in onore degli eroi della Guerra di Troia della mitologia greca.

  2. Asteroide Eros: Eros è un asteroide di tipo S appartenente alla famiglia degli Amor, scoperto nel 1898. È uno degli asteroidi più grandi che si avvicinano alla Terra e ha una forma allungata con dimensioni di circa 34,4 km x 11,2 km x 11,2 km. Eros è stato il primo asteroide ad essere orbitato e atterrato da una sonda spaziale, la NEAR Shoemaker, nel 2003. La sua superficie presenta numerosi crateri e massi, indicando una storia di collisioni e impatti.

  3. Asteroidi Apollo: Gli asteroidi Apollo sono una classe di asteroidi Near-Earth che hanno orbite che intersecano quella della Terra. Il primo asteroide Apollo scoperto è stato "1862 Apollo" il 24 Aprile 1932. Questi asteroidi sono di particolare interesse per gli scienziati a causa del loro potenziale rischio di impatto con la Terra. Gli asteroidi Apollo hanno orbite altamente eccentriche che li portano vicino al Sole e poi oltre l'orbita di Marte.

Classificazione Asteroidi.

I criteri di classificazione degli asteroidi si basano fondamentalmente sulla loro classificazione morfologica e composizione chimica. Inoltre da tre categorie in base alle loro orbite.

Max Wolf scopritore del primo asteroide Troiano.
Max Wolf scopritore del primo asteroide Troiano.
"M" Marte; "E" Terra con l'orbita in blu; la fascia verde sono gli asteroidi Apollo e Eros
"M" Marte; "E" Terra con l'orbita in blu; la fascia verde sono gli asteroidi Apollo e Eros
In colore verde  Troiani che precedono e in-seguono  Giove e Greci
In colore verde  Troiani che precedono e in-seguono  Giove e Greci

Caratteristiche morfologiche e chimiche

Nel 1891, Wolf scoprì il suo primo asteroide,323 Brucia, e lo chiamò in onore di Chaterine Wolfe Bruce. Fu pioniere nell'uso di tecniche astrofotografiche per automatizzare la scoperta di asteroidi, al contrario dei vecchi metodi visivi, a seguito dei quali i tassi di scoperta di asteroidi aumentarono notevolmente. ] Nelle fotografie a tempo di esposizione, gli asteroidi appaiono come brevi strisce a causa del loro moto planetario rispetto alle stelle fisse. Wolf scoprì 248 asteroidinel corso della sua vita. Tra le sue numerose scoperte c'era 588 Achille (il primo asteroide troiano) nel 1906, così come altri due troiani: 659 Nester e  884 Priamus. Scoprì anche 887 Alinda nel 1918, che ora è riconosciuto come un asteroide Amor che attraversa la Terra (o talvolta classificato come l'omonimo della sua stessa famiglia Alinda). l numero record di scoperte di Wolf fu superato dal suo allievo Karl Wilhelm Reinmuth il 24 luglio 1933. [ citazione necessaria ]

Esopianeti

La ricerca di pianeti attorno a stelle diverse dal Sole ha radici antiche, ma il vero progresso è iniziato negli anni '90 con tecniche di rilevamento avanzate. Nel 1992, Aleksander Wolszczan e Dale Frail annunciarono la scoperta dei primi esopianeti attorno a una pulsar, ma la conferma definitiva arrivò solo nel 1995 con Michel Mayor e Didier Queloz. Utilizzando il metodo della velocità radiale, scoprirono 51 Pegasi b, un gigante gassoso in orbita attorno a una stella simile al Sole. Questa scoperta ha aperto la strada alla ricerca di migliaia di esopianeti, dimostrando la diversità dei mondi al di fuori del nostro Sistema Solare. Un nuovo studio dell'Università della Columbia Britannica suggerisce che nella Via Lattea potrebbero esserci oltre 6 miliardi di esopianeti simili alla Terra. Utilizzando i dati della missione Kepler della NASA, gli scienziati hanno identificato le caratteristiche necessarie per questi pianeti: devono essere rocciosi, avere un diametro simile a quello terrestre, orbitare attorno a stelle di classe G (simili al Sole) e trovarsi nella zona abitabile della loro stella, dove le condizioni permettono la presenza di acqua liquida. La ricerca di questi pianeti richiede tecnologie avanzate, poiché sono più difficili da individuare rispetto ad altri tipi di pianeti. Gli scienziati hanno adottato tecniche innovative come la "modellazione in avanti" per stimare la presenza di esopianeti simili alla Terra. Inoltre, hanno studiato il "radius gap", un fenomeno che indica la mancanza di pianeti con dimensioni comprese tra 1,5 e 2 volte il raggio della Terra con periodi orbitali brevi. Comprendere questo fenomeno è fondamentale per le future ricerche sulla formazione e l'evoluzione dei pianeti extrasolari. La continua esplorazione di questi aspetti amplia le possibilità di trovare vita extraterrestre e offre nuove prospettive sulla nostra comprensione dell'universo.

Dopo nove anni nello spazio profondo raccogliendo evidenze che il nostro cielo è pieno di miliardi di pianeti nascosti il telescopio spaziale Kepler della NASA ha esaurito il carburante necessario per ulteriori operazioni scientifiche. La NASA ha deciso di ritirare la sonda nella sua attuale orbita sicura, lontano dalla Terra. Kepler lascia un’eredità di oltre 2600 pianeti extrasolari scoperti, molti dei quali potrebbero essere dei posti promettenti per la vita. “Come prima missione di caccia ai pianeti della NASA, Kepler ha superato tutte le nostre aspettative e ha spianato la strada alla nostra esplorazione alla ricerca di vita nel sistema solare e oltre”, ha dichiarato Thomas Zurbuchen, amministratore associato del Science Mission Directorate della NASA a Washington. “Non solo ci ha mostrato quanti pianeti potevano esserci là fuori, ha dato il via ad un settore di ricerca completamente nuovo, che ha letteralmente investito la comunità scientifica: le sue scoperte hanno gettato una nuova luce sul nostro posto nell’universo, e illuminato i misteri e le opportunità tra le stelle. ”

Missione Kepler
Nuova Sonda per la ricerca degli Esopianeti

La missione Cheops dell'ESA è partita con successo per caratterizzare i pianeti in orbita intorno a stelle diverse dal Sole.

  • Partenza della missione: La missione Cheops è partita il 18 dicembre 2019 dalla base spaziale europea a Kourou, in Guyana francese, a bordo di un lanciatore Soyuz-Fregat.

  • Conferma del lancio: Il lancio è stato confermato come riuscito grazie ai segnali ricevuti dal centro controllo missione presso INTA a Torrejón de Ardoz, Spagna.

  • Collaborazione internazionale: La missione Cheops è una collaborazione tra l'ESA e la Svizzera, con contributi significativi da parte di altri 10 Stati Membri dell'ESA.

  • Scoperta degli esopianeti: La scoperta del primo esopianeta, 51-Pegasi-b, nel 1995 ha segnato l'inizio di una nuova era di ricerca astronomica.

  • Scoperta di esopianeti: Gli astronomi hanno scoperto più di 4.000 esopianeti negli ultimi 25 anni, utilizzando telescopi a Terra e nello spazio.

  • Obiettivi della missione Cheops: La missione Cheops si concentrerà sulla caratterizzazione di esopianeti noti, misurando le loro dimensioni con precisione.

  • Determinazione delle dimensioni degli esopianeti: Le misurazioni delle dimensioni degli esopianeti saranno combinate con informazioni sulle loro masse per ottenere la densità del pianeta.

  • Durata e sfide della missione: Cheops è una missione di classe piccola con una durata di cinque anni, che ha comportato diverse sfide e l'uso di tecnologie già collaudate.

Notizie astronomiche

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La quiete dopo la tensione di Hubble

Il telescopio spaziale Hubble è un osservatorio orbitale che ha rivoluzionato l'astronomia grazie alla sua capacità di catturare immagini estremamente dettagliate dell'universo. È stato lanciato il 24 aprile 1990 e si trova in orbita terrestre bassa, a circa 525-550 km dalla superficie terrestre. Grazie alla sua posizione al di fuori dell'atmosfera, evita le distorsioni causate dall'aria e può osservare l'universo con una nitidezza senza precedenti.

Hubble è un telescopio riflettore con uno specchio primario di 2,4 metri di diametro, che raccoglie e focalizza la luce per ottenere immagini astronomiche dettagliate; infine Hubble è dotato di strumenti scientifici e avanzati, tra cui:

  • Wide Field Camera (WFC3) per immagini ad alta risoluzione.

  • Advanced Camera for Surveys (ACS) per studi approfonditi di galassie e ammassi stellari.

  • Cosmic Origins Spectrograph (COS) per analisi spettroscopiche.

  • Space Telescope Imaging Spectrograph (STIS) per osservazioni multi-spettrali.

  • Spettro di osservazione: Hubble opera nelle bande dell'ultravioletto, visibile e infrarosso vicino, permettendo di studiare una vasta gamma di fenomeni cosmici.

  • Durata operativa: Nonostante fosse progettato per funzionare per circa 15 anni, grazie alle missioni di manutenzione è ancora operativo dopo più di 30 anni.

Hubble ha ricevuto cinque missioni di servizio eseguite dagli astronauti dello Space Shuttle, che hanno permesso di sostituire strumenti scientifici, correggere difetti e aggiornare la tecnologia. Queste operazioni hanno garantito il continuo miglioramento delle sue capacità di osservazione.

Grazie a Hubble, gli astronomi hanno potuto studiare galassie lontane, esopianeti, buchi neri e l'espansione dell'universo, contribuendo alla scoperta dell'energia oscura e alla comprensione della formazione stellare.

L'universo è in espansione, ma la velocità con cui avviene presenta una discrepanza tra le misurazioni basate sul fondo cosmico a microonde (che riflette l’universo primordiale) e quelle derivanti dall'osservazione dell’universo locale. Questa differenza, nota come tensione di Hubble, potrebbe mettere in discussione il modello cosmologico standard, CDM.

Metodologia dello studio: Il gruppo di Freedman ha utilizzato dati del telescopio spaziale James Webb (JWST) e ha applicato tre metodi indipendenti per misurare la costante di Hubble:

  • Metodo TRGB (Tip of the Red Giant Branch) – Basato sulle stelle di bassa massa in fase evolutiva avanzata.

  • Metodo JAGB (J-band Asymptotic Giant Branch) – Basato su stelle giganti luminose nell’infrarosso.

  • Metodo delle Cefeidi – Usato nel programma SHoES (Supernovae, H₀, for the Equation of State).

Le misurazioni sono state effettuate su 10 galassie vicine contenenti 11 supernove di tipo Ia, più la galassia NGC 4258 che fornisce una calibrazione di riferimento chiave.

Risultati principali:

  • Stima della costante di Hubble con dati JWST e Hubble: 70,39 ± 1,22 (stat) ± 1,33 (sist) ± 0,70 (σₛₙ) km s⁻¹ Mpc⁻¹.

  • Solo dati JWST:

    • Metodo TRGB: 68,81 ± 1,79 (stat) ± 1,32 (sist) km s⁻¹ Mpc⁻¹.

    • Metodo JAGB: 67,80 ± 2,17 (stat) ± 1,64 (sist) km s⁻¹ Mpc⁻¹.

  • Le distanze misurate con TRGB e JAGB sono coerenti tra loro con una precisione superiore al 99%.

  • Concordanza con le misurazioni delle Cefeidi del programma SHoES con una discrepanza inferiore all’1%.

Interpretazioni:

I risultati sono compatibili con il modello ΛCDM, che descrive un universo dominato da materia oscura fredda ed energia oscura, senza necessità di introdurre nuova fisica. Tuttavia, è necessario raccogliere ulteriori dati per migliorare la precisione delle misurazioni.Prospettive future:

Freedman e il suo team proseguiranno le osservazioni con JWST nell’Ammasso della Chioma, un gruppo di galassie che permetterà di misurare direttamente la costante di Hubble senza passare dalle supernove.

Conclusione:

L’ultima stima della costante di Hubble fornita da Freedman è di circa 70,4 km/s per megaparsec, con un’incertezza del 3%, in accordo con le più recenti misurazioni del fondo cosmico a microonde (67,4 km/s per megaparsec, con incertezza inferiore all’1%).

Gli scienziati hanno calcolato in modo più preciso la velocità di espansione dell’universo, utilizzando i dati raccolti dal potente telescopio spaziale James Webb su diverse galassie. Qui sopra, l’immagine di Webb di una di queste galassie, nota come Ngc 1365. Crediti: Nasa, Esa, Csa, Janice Lee (NoirLab), Alyssa Pagan (StScI)

Edwin Powell Hubble è stato un astronomo e astrofisico statunitense, nato il 20 novembre 1889 e scomparso il 28 settembre 1953. È considerato uno dei pionieri dell'astrofisica moderna, grazie alle sue scoperte rivoluzionarie che hanno cambiato la nostra comprensione dell'universo. Hubble iniziò la sua carriera accademica studiando matematica e astronomia all'Università di Chicago, per poi proseguire gli studi a Oxford, dove si dedicò alla giurisprudenza. Tuttavia, la sua vera passione era l'astronomia, e tornò a studiarla conseguendo un dottorato nel 1917. Dopo la Prima Guerra Mondiale, entrò a far parte dell'Osservatorio di Monte Wilson, dove lavorò con il telescopio Hooker da 100 pollici, all'epoca il più potente del mondo. Le sue scoperte in astrofisica Hubble ha rivoluzionato l'astronomia con due scoperte fondamentali:

  1. L'esistenza di galassie al di fuori della Via Lattea: Nel 1924, osservando la Galassia di Andromeda, dimostrò che le cosiddette "nebulose a spirale" erano in realtà galassie indipendenti, smentendo la teoria che l'universo fosse limitato alla nostra galassia.

  2. L'espansione dell'universo: Nel 1929, formulò la Legge di Hubble, che stabilisce una relazione tra la distanza delle galassie e il loro redshift (spostamento verso il rosso della luce emessa). Questa scoperta portò alla formulazione della teoria del Big Bang, che descrive l'universo in continua espansione.

In suo onore, la NASA ha lanciato nel 1990 il Telescopio Spaziale Hubble, che ha permesso di ottenere immagini straordinarie dell'universo e ha contribuito a numerose scoperte scientifiche.

Hubble
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